Racconti e misteri. Il passaggio del Graal in Calabria *
di Gaspare STUMPO*

IL RITROVAMENTO all’interno del castello di Roseto Capo Spulico (nella foto, sopra) di un manufatto che conterrebbe al suo interno una sorta di reliquia riconducibile al Santo Graal, ha acuito la discussione – tra storia e leggenda – sulla coppa con cui il Cristo, secondo la tradizione medioevale, celebrò l’Ultima Cena. Lo stesso che avrebbe contenuto anche il suo sangue. Sarebbe stato Giuseppe di Arimatea a raccoglierlo dal costato del Crocifisso. Tuttavia, sul Graal, sulla struttura, addirittura sui poteri legati alla sua natura, hanno tratto origine miti e racconti. Soprattutto la destinazione finale circa il luogo della custodia ha dato adito a cronache spesso fantasiose. Famosi, ricordiamo, i poemi Parzifal di Wolfram von Eschenbach, cavaliere e poeta di origini tedesche, e la Storia del Graal di Robert de Boron, poeta, chierico e cavaliere francese. Nell’ultima parte della trilogia che compone il suo poema (XIII° secolo) la vicenda del Graal si lega alla Storia della Salvezza. Boron è il primo autore, infatti, a fornire una dimensione cristiana del Graal. Giuseppe di Arimatea prima di essere imprigionato riceve la coppa da Ponzio Pilato. E’ lui, sorretto da Cristo, a custodire la preziosa reliquia durante la prigionia durata quarant’anni. Ed è sempre lui, dopo il rilascio, a costruire la tavola con tredici posti per commemorare l’Ultima Cena. Giuseppe consegnerà il Graal al fratello Bron che lo trasporterà in occidente, più precisamente in Gran Bretagna, dove sarà al centro delle avventure dei Cavalieri della Tavola Rotonda, prima di finire nelle mani di Perceval, terzo e ultimo custode del Graal. In tale contesto si staglia la figura di Merlino, mago e chiaroveggente, guida di Artù, che consiglia al padre del re di costruire la famosa Tavola Rotonda in ricordo di quella del Graal di Giuseppe di Arimatea. Ma cos’è il Graal? O meglio, come è stato descritto nei secoli? E’ un oggetto materiale o rappresenta qualcosa di spirituale? Indubbiamente ha assunto più forme e significati nel corso dei secoli: coppa, piatto, pietra preziosa, addirittura libro. L’origine del termine potrebbe derivare dal latino Gradalis, vaso o scodella. Di certo la storia di questa reliquia ha ispirato testi, film, documentari, reportage. Ha segnalato cammini sulle mappe, collocato eventi nella storia, circoscritto luoghi e particolari artistici. In Italia, per esempio, riferimenti sono stati fatti a proposito di Castel Monte, della Cattedrale di Bari e di quella di Acerenza, della Cappella di San Galgano in Montesiepi, della stessa Basilica di San Lorenzo Fuori le Mura in Roma. A luoghi altrettanto carichi di fascino e mistero legati ai Templari come il Castello di Gisors in Francia, la Cappella di Rosslyn in Scozia oppure la Chiesa di Rennes-le-Château. Diversi anche gli oggetti, soprattutto calici, indicati come il Santo Graal: quello di Antiochia, per esempio, conservato al Metropolitan Museum di New York, e quello che si trova nella Cattedrale di Valencia (di cui ci siamo occupati in questo numero) la cui ipotesi ha ricevuto il riconoscimento del Vaticano. Tornando in Calabria, al maniero fatto erigere da Federico II° sulle rovine di un antico monastero, il ritrovamento all’interno della cosiddetta “Torre della Sindone” di un reperto di forma tondeggiante con incisi l’agnello, il giglio e la croce (che confermerebbero, assieme ad altri particolari della struttura, il legame con la storia dei Templari) ha riacceso i riflettori sugli avvenimenti di quegli anni e su quelli legati al Sacro Graal. Lo stesso “Stupor Mundi” sarebbe un parente diretto di quel Boron la cui famiglia, appunto, avrebbe custodito il Graal. “L’interpretazione dei lapicidi incisi sull’onfale – scrive il giornalista Franco Maurella in un articolo apparso su Il Quotidiano della Calabria il 31 luglio 1999 – è opera della principessa Yasmin von Hohenstaufen, plurilaureata e docente universitaria di Storia Medioevale, esperta in Egittologia e con grande esperienza scientifica”. Da allora l’oggetto sarebbe nella disponibilità di un gruppo di scienziati con il compito di esaminare la natura dei materiali, la datazione temporale ma, soprattutto, l’eventuale contenuto. Mistero che si somma a mistero. Tuttavia, quello del “Castrum Petrae Roseti” non è l’unico riferimento in Calabria. Di Gesù e della divina reliquia si parla a proposito della Pietra Cappa d’Aspromonte, il monolite più alto d’Europa (140 metri) che domina il centro abitato di Natile. Questo luogo dalla forte connotazione ascetica sarebbe stato teatro, secondo la leggenda, di vicende legate alla presenza del Messia ma anche la dimora di Re Artù. A giudizio di alcuni, però, la “residenza arturiana” in Calabria sarebbe rappresentata dall’area che custodisce i megaliti di Nardodipace al confine con Serra San Bruno e Stilo. A proposito di Stilo, segnali quantomeno simbolici e artistici arrivano dal Castello Lamberti di Stignano, l’estremità di una direttrice che collega Villa Caristo Lamberti e la Chiesa di San Francesco nel territorio, appunto, del Comune si Stilo. Altri riferimenti sulla presenza dei Templari nella nostra regione sono riconducibili all’Abbazia di Santa Maria della Matina, a San Marco Argentano. Storie, leggende, chissà!
(Gaspare Stumpo)
*Giornalista (gasparemichelestumpo@pecgiornalisti.it)
Fonte: Parola di Vita